INTRODUZIONE

L’ottava edizione di VERONA WINE TOP ha confermato, nei numeri e nella qualità, come l’idea di costituire un brand unico cui affidare l’immagine del patrimonio enologico scaligero si sia con il tempo rivelata assolutamente vincente. L’iniziativa organizzata dalla Camera di Commercio di Verona con il patrocinio ed il supporto del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, della Regione Veneto, della Provincia di Verona, del Comune di Verona, di VeronaFiere, dell’Aeroporto Valerio Catullo di Verona, ha confermato anche quest’anno le enormi potenzialità in termini di varietà e qualità dei produttori vinicoli veronesi.
E’ con particolare piacere che presento queste 105 etichette, rappresentative di tutte le Denominazioni di Origine Veronesi, che, dopo un attento e rigoroso percorso di selezione ed analisi, avranno l’onore di rappresentare in tutto il mondo l’incredibile offerta della provincia scaligera in campo vinicolo. Il vino rappresenta un comparto tra i più importanti della struttura economica provinciale e nazionale. Secondo gli ultimi dati disponibili, Verona si conferma prima provincia italiana esportatrice di vino, coprendo quasi il 13% delle esportazioni italiane. Ma il vino significa per Verona anche cultura, tradizione, in un legame strettissimo con il territorio che nel corso dei secoli ha creato uno stile di vita unico, mantenendo sempre quel tratto di signorilità e di cordialità che caratterizza gradevolmente quello che potremmo definire il “Made in Verona”.


Il Presidente
Alessandro Bianchi

 

PRESENTAZIONE

Tra le città del vino italiane, Verona ha un fascino tutto suo: un fascino che non si limita al fatto, già di per sé notevole, di essere “circondata come Firenze da molli colline virgolate di cipressi e festonate di vigna”. No, questa pur rimarchevole analogia, suggerita da uno scrittore ispirato come Paolo Monelli nel suo “Ghiottone errante” – pionieristico libro apparso quasi 80 anni fa, ristampato in tempi recenti e ancora fresco e attualissimo – da sola non basta a spiegarne l’originalità. Per provare a renderne ragione, di quel fascino,e a coglierne la cifra più peculiare, è necessario camminare quelle vigne e assaggiare quei vini. Che sono vini tra di loro quanto mai diversi nel carattere, apparentemente lontani nel registro espressivo, e invece profondamente complementari e ben malgamati nell’insieme. Un insieme che declina la nozione di biodiversità, oggi così abusata, secondo un criterio di filologico rigore; un insieme che si è andato strutturando negli anni piuttosto come un organismo che non come un mero aggregato.
Ecco perciò il Soave, “nitido, nervoso e lievemente aromatico” (è sempre Monelli a parlare, con la sensibilità interpretativa sorretta da una sicura competenza tecnica) e accanto a lui i rossi di Arcole, di bordolese e balsamica intensità; ecco il Bardolino “grazioso lieve salatino lucido e compatto”, e poco più in là l’Amarone, tutto all’opposto, grasso e opulento nel frutto, capace con la sua sola forza generosa di “fabbricare e cementare le amicizie”! Ed ecco ancora su un versante le bollicine del Durello dei Monti Lessini, innervate di salina vitalità, e sull’altro la succosità del Recioto, “un nome che da solo fa venire la voglia di berne”, ma per tutt’altre risorse di avvolgente dolcezza. O ancora la fibrosa freschezza dei bianchi di Custoza e di Lugana, che fa il paio con la sapida tonicità dei rossi di Valpolicella; le sfumature speziate dei rossi del Garda, che dialogano a distanza con la silhouette longilinea dei bianchi del Valdadige.
C’è poco da fare: se altrove si può parlare di amore per il vino, a Verona si deve parlare di culto. Un culto laico, s’intende, nutrito di apertura alle differenze più che di eclettismo, animato dall’onnivora curiosità di questa gente più che dai punteggi delle Guide di settore. La selezione che viene proposta qui s’impegna a restituire queste differenze, ma non si limita a configurarsi come un’attenta ricognizione dei diversi territori del vino veronese: prova a fare di più, incrociando questa originaria versatilità produttiva con un altro imprescindibile elemento di distinzione, legato alla diversità degli stili.
Mai come oggi infatti, l’identità di un vino, la sua tipicità, l’originalità del suo carattere hanno bisogno di saldarsi al talento interpretativo di un produttore, alla sua bravura nel proporre una visione, nel definire uno stile. Ed è proprio il ventaglio degli stili e dei diversi registri espressivi che costituisce una delle possibili chiavi di lettura di questa selezione del Verona Wine Top: uno stimolante e variegato repertorio, dove le vibrazioni caratteriali delle etichette più artigianali si alternano alla definizione più tecnica e rassicurante dei vini delle grandi strutture cooperative, secondo un itinerario di differenze che tutti potranno apprezzare, tanto il neofita che l’appassionato. Cos’è infatti la cultura del vino se non la volontà di coltivare un gusto sempre più vivo e coinvolgente per il gioco delle analogie e delle differenze che è sotteso a ogni percorso di assaggi? Dove porta la passione per il vino se non in una dimensione più intima con la pienezza dei sapori e con la bellezza che li alimenta?
Ricorda ancora Monelli, in quel suo scritto così bene invecchiato, che “Verona è la grande osteria dei popoli”: convocato anche lui a Verona per selezionare e giudicare cibi e vini, riferisce di sentirsi a ogni sorso “più pronto a intendere la bellissima città, più aggressivo a possederla”.
Se le cose stanno così, se al vino possiamo anche noi consegnare il compito di favorire un’analoga volontà di empatia, per cogliere meglio la bellezza dei luoghi e appropriarcene, nessun dubbio residuo rimane sulla valenza culturale del bere.
E nel nostro scaffale ideale, accanto al disco di un’opera ascoltata all’Arena, a un libro sull’arte scaligera e al dvd con l’ultima versione cinematografica del Romeo e Giulietta di Shakespeare, rivendica il suo diritto di cittadinanza anche qualche bottiglia del miglior vino veronese. Specie di quelli premiati al Wine Top.

Giampaolo Gravina
Giampaolo Gravina ha 45 anni e vive a Roma.
Dopo la Laurea in Filosofia e il Dottorato di Ricerca in Teoria delle Arti, collabora da oltre dieci anni con la cattedra di Estetica Fenomenologica del prof. Edoardo Ferrario all’Università “la Sapienza” di Roma. Simultaneamente ha preso corpo il suo interesse per l’enogastronomia: nella seconda metà degli anni ’90 ha aperto e gestito il ristorante Uno e Bino, nel quartiere romano di San Lorenzo; ha poi condotto una piccola trasmissione dedicata al vino in onda su RadioRai Tre, dal titolo Puri Spiriti.
Dal 2001 lavora come Vicecuratore per la Guida I Vini d’Italia dell’editore l’Espresso.
Partecipa come relatore a numerose degustazioni e convegni di settore e collabora regolarmente con la rivista Enogea, con le pubblicazioni dell’Associazione Go Wine, nonché con la Guida ai Ristoranti d’Italia del Gambero Rosso.

 

 

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